Io me la ricordo la zia Thil. Era alta, alta e grande.
Aveva vent’anni la zia Thil quando si sedeva davanti al caminetto con i suoi nipotini e apriva il suo libro delle storie. Prima, quando queste cose succedevano, la zia Thil aveva vent’anni e ora ha ancora vent’anni, nessuno ha mai avuto vent’anni tanto a lungo quanto ha avuto vent’anni la zia Thil.
Aveva gli occhi da cerbiatto la zia Thil, e con i suoi occhi da cerbiatto leggeva le storie dal suo libro di storie e raccontava di quando era stata giovane e bimba e giocava con gli elfi dei boschi e le fate dell’aria.
Era grande la zia Thil e aveva sempre tante storie da raccontare, non diceva mai due volte la stessa storia, mai e mai in assoluto, perché lei aveva viaggiato tanto, aveva visto tanto, era stata a correre con i lupi nelle praterie del mondo di là e poi aveva giocato con le galassie con i bimbi del cielo e aveva ascoltato le storie dei nani delle caverne e aveva sussurrato alle orecchie degli elefanti con 6 zanne e aveva riso con gli gnomi del giardino, ma questo prima di avere vent’anni, perché vent’anni sono tanti, diceva la zia Thil, e quando hai vent’anni non giochi più, non ridi più, non ti ricordi più nemmeno come si fa, ma lei se lo ricordava, la zia Thil lo sapeva come si rideva, come si giocava, ma le porte dello spazio sono chiuse ai bimbi di vent’anni e quindi la zia Thil è rimasta qui, sulla terra, a raccontare le sue storie perché aveva vent’anni e non poteva più andare via.
La zia Thil insegnava ai suoi nipotini come si fa a giocare, gli raccontava tante storie e Michael e Sandy e Johnny facevano sempre come diceva la zia Thil e ballavano con gli indiani pellirossa e volavano nel cielo stellato di notte e tornavano a casa prima della colazione e nessuno si accorgeva mai di niente perché la zia Thil era una maga e li faceva scomparire e riapparire quando volevano loro e loro ridevano.
Era una maga la zia Thil, aveva tanti poteri straordinariamente straordinari, resterete sbalorditi quando vi dirò che poteri mega straordinari aveva la zia Thil. Lei a volte sapeva le cose prima che le sapevano gli altri, prima che succedevano, e lei lo sapeva, sapeva quando dovevano accadere e non lo diceva perché il futuro non si deve svelare, diceva la zia Thil, perché tutto fa il suo corso e sapere prima cosa succederà cambierà questo corso.
Tante volte la zia Thil parlava da sola, chiusa nella sua stanza parlava con delle persone che non c’erano, ma lei diceva che c’erano e che noi non le potevamo vedere perché loro non avevano più il loro corpo, avevano lasciato il loro corpo per tornare a cantare con le sirene e a cavalcare gli unicorni. Lei non poteva più cavalcare gli unicorni, non poteva perché aveva vent’anni, ma poteva vedere quelli che lo potevano fare perché era una maga, una maga straordinariamente straordinaria.
Io me la ricordo la zia Thil, mi ricordo quando è andata via.
Lei se n’è andata perché Michael e Sandy e Johnny sono diventati grandi e hanno dimenticato come si gioca e come si ride, Michael e Sandy e Johnny avevano fatto vent’anni e quindi lei se n’è andata perché non c’era più nessuno che ascoltava le sue storie quando con gli occhi da cerbiatto raccontava le storie davanti al caminetto.
Aveva vent’anni la zia Thil quando è andata a cercare altri nipotini che volevano ascoltare le sue storie, lei aveva vent’anni e tre giorni. E io me la ricordo, ma lei non mi ha visto perché dormiva, non vedevo i suoi occhi da cerbiatto perché erano chiusi, perché dormiva, perché aveva lasciato il suo corpo come le persone con cui parlava nel buio della sua stanza, aveva lasciato il suo corpo perché era troppo pesante da portare nel suo lungo viaggio. E tutti piangevano, ma io ero felice perché io lo sapevo che lei era felice e cercava nuovi nipotini.
Era grande la zia Thil ed era stanca, era stanca dei grandi che non erano come lei, dei grandi che dimenticavano i giochi e gli scherzi, voleva trovare grandi come lei e bimbi che non crescevano, bimbi che non facevano vent’anni e che non dimenticavano.
Io me la ricordo la zia Thil, mi ricordo quando raccontava le sue storie davanti al camino senza Michael e Sandy e Johnny ad ascoltare e mi ricordo che mi diceva sempre che io ero speciale e non potevo avere vent’anni come i grandi perché io ero grande, ma ero piccolo dentro e non potevo crescere, come Peter Pan nell’Isola che non c’è, e mi diceva che ero fortunato perché avevo sempre otto anni e potevo ridere e giocare e scherzare e tutti ridevano e giocavano e scherzavano con me perché io ero speciale e lei invece aveva vent’anni e non poteva giocare e ridere e scherzare e quindi è andata via.
Lei lo diceva sempre, lo diceva sempre la zia Thil, che è bello avere otto anni e averli per sempre perché a otto anni è tutto più facile e bello mentre a venti cambia tutto, lo diceva sempre la zia Thil che a vent’anni cambia tutto e aveva ragione la zia Thil quando lo diceva perché a pensarci bene vent’anni e tre giorni sono davvero tanti.
... Voglia di Oblio...
Realtà carogna!
Dura rientrare a casa e temere ancora i propri demoni… non sapevo come poter sfuggire lo sguardo indagatore dei miei fratelli.
Sapevo che sarebbe stato difficile, non potevo sopportare l’idea che uno dei due scorgesse la mia debolezza oltre lo scudo di amianto che avevo erto con cura… l’astinenza è il prezzo da pagare per chi, come noi, aveva rinunciato alla caccia…
Gabriel mi guardava deluso, mai avevo rifiutato un suo pasto con tanta indifferenza, fissava uova e bacon con sguardo ferito e amareggiato, non capiva, non avrebbe potuto capire… il mio fratellone tanto perfetto quanto incompleto… troppo licantropo per comprendere lo strazio che pativa il mio cuore, troppo vicino all’umanità per capire l’esigenza che dominava il mio sangue…
Mi diressi verso la mia camera, lentamente…
Adrian non aveva aperto bocca, sapevo che sapeva, sapevo che sentiva. Lui meglio di tutti poteva capire… troppo vampiro per lasciarsi vincere dal rimorso, ma ancora abbastanza lupo da comprendere la mia sofferenza… se aveva rinunciato alla caccia era solo a causa mia…
Mi cinse la vita con un braccio, freddo più del ghiaccio, gelido come una notte d’inverno artico…
- Non temere!- mi disse in un sussurro –Io sono qui con te!-
Come poteva quella sua dolcezza, quella comprensione nei suoi profondi occhi di predatore farmi sentire al sicuro anche in mezzo alla lotta? Come poteva il suono rassicurante della sua voce irretire i miei sensi in quel modo, ipnotizzandomi, trascinandomi in un tunnel senza uscita…
Mi stringeva forte, sentivo il suo respiro sulle labbra, la sua debole carezza sull’ignobile pelle del mio viso… un angelo nero, dannato per l’eternità a perdere e riconquistare la sua anima in una eterna partita a scacchi contro la sorte… Non volevo la sua compassione eppure la desideravo con tutte le mie forze… avevo bisogno di lui come lui non poteva vivere senza di me… legate, a filo doppio, le nostre vite per troppo tempo erano state divise dal fato… temevo la fragilità delle mie difese in sua presenza… non avrebbe permesso a nessuno di sfiorarmi anche solo con un dito… ma chi mi avrebbe protetta da me stessa?
I miei occhi si riempirono di lacrime e lui mi sfiorò ancora. Il suo tocco mi arse le guance…
- Vai… riposa… stanotte sarai te stessa…-
Non riuscii a ribattere, non volevo dormire… i miei sogni, più veri della realtà, avrebbero tormentato senza sosta il mio spirito dormiente… eppure quegli occhi… neri come la pece… due abissi senza fine… avrei potuto vedere l’effimero bagliore della sua anima se non fosse stata così lontana da essere quasi irragiungibile…
Mi sciolsi controvoglia dal suo abbraccio e mi diressi nella mia stanza…
Non presi sonno, non subito… quella notte… quella notte sarebbe stata diversa, l’unica notte dell’anno in cui il cielo ci concedeva di essere noi stessi… la notte di Halloween… vampiri e mannari restavano rinchiusi nei loro oscuri antri durante quella notte… del resto sarebbe stato come chiedere ad un tacchino di passeggiare fuori dall’aia il Giorno del Ringraziamento… eppure temevo la mia natura più delle creature che le tenebre celano… né umana, né lupo, né non morta… eppure tutte e tre… gli occhi della mia ultima giovane vittima irruppero nuovamente nell’oblio della mia mente annebbiata… e il sonno mi prese tiranno… quella notte… sarebbe stata diversa…
Sognai ancora quell’essere… due croci impresse a fuoco sui palmi delle mani… candide ali nivee spiegate in volo… una luce forte, potente più del sole, più di ogni stella dell’intero Universo… un raggio, una spada… e quei lunghi capelli dorati come un manto sulla schiena pallida e liscia come seta… più bello del giorno quanto Adrian poteva esserlo delle tenebre… ghermiva il mio cuore e abbatteva ogni mia difesa… non avevo armi… il terrore mi afferrò traditore alle spalle… e mi inghiottì l’oblio…

Quando una storia arriva al capolinea, lascia sempre un pò di amaro in bocca... Tre anni di sogni, di dolori e sofferenze, di bei momenti passati assieme, di serate mano nella mano, stretti uno tra le braccia dell'altra a promettere che tutto sarebbe finito presto, che è solo un'altra crisi, che avremmo superato anche questa... ma questa non la posso superare.
Mi dispiace, mi dispiace che tu stia male, mi dispiace arrecarti dolore, mi dispiace doverti lasciare così, ma io non posso, non voglio, non sono capace di perdonarti... avevi giurato che non lo avresti fatto mai più... avevi giurato che mi avresti dato fiducia, che saresti cambiato eppure in un momento di crisi, in un momento di "disperazione", hai gettato al vento tre anni di promesse, mi hai pugnalato alle spalle, hai giocato ancora una volta con la mia sensibilità, con i miei sentimenti, mi hai fatto sentire in trappola, in una cella dalle sbarre strette ad arrancare per poter respirare un alito d'aria pulita e non inquinata dalla tua fame e sete di controllo... avrei tanto voluto che non dovesse finire così, avevo sperato che se mai ci fosse stata una rottura almeno uno dei due sarebbe stato felice di liberarsi dell'altro... io ora respiro l'aria pulita che volevo e non posso più tornare indietro... le mie spalle bruciano ancora a causa della tua ferita e non voglio più guardarle... ti ho amato tanto e tu lo sai, quello che ho fatto in questi tre anni l'ho fatto per te, mi fa male perderti ma non posso più subire le tue gelosie infondate, i tuoi assurdi compromessi che urlano al mondo la mia sconfitta, non posso più far finta di non vedere... ho bisogno di avere tempo per me stessa... ho bisogno di non versare più lacrime inutili a causa tua... Mi dispiace...
Ultimamente mi sono ritrovata a dover tener fede ad una promessa fatta da tempo, ma per la quale non mi sentivo all'altezza. Due mesi fa promisi a Matteo Grimaldi (www.lastanzadelmatto.splinder.com) di recensire il suo libro. Ero emozionatissima all'idea, ma nel momento in cui "Non farmi male" è piombato tra le mie mani e mi ha travolto con il suo turbine di sensazioni ed emozioni prettamente umane, mi sono lasciata prendere dallo sconforto. Alla fine, comunque, decisi di provare. Non ho mai veramente recensito qualcosa di questa entità, poichè la forza emotiva di questa raccolta annienterebbe l'autostima di chiunque si apprestasse ad eguagliare un tale lavoro. Io mi sono semplicemente limitata ad esprimere ciò che sentivo in quei momenti, quando la mia mente vagava ubriaca di emozioni al fianco dei vari personaggi, e questo è ciò ke ne è venuto fuori:
La più limpida espressione dell'intensità di un sentimento quale il dolore, sintetizzata abilmente nelle poche pagine di un breve e coinvolgente racconto.
"Non farmi male", raccolta di sette novelle, partorita dalla mente e dalla penna del neoemergente scrittore Matteo Grimaldi, ha la capacità di penetrare nel profondo della mente e nell'anima, gradatamente eppure con forza e vigore. La semplicità e familiarità degli sfondi che fanno da cornice a una storia che, forse, nel corso della vita, in troppi hanno saggiato con mano, coinvolge il lettore in prima persona, rendendolo totalmente e completamente partecipe dei fatti narrati, dei giochi, delle complicità, dei sentimenti dei personaggi divenuti reali e tangibili a occhi che leggono e mani che toccano.
Il lettore non è più, quindi, solo spettatore, ma quasi un protagonista, insieme a Daniele e Stefano, a Vi ed Eli, a Diana e a tutti gli altri nomi e voci spezzate.
"Non farmi male" parla di vite, di esistenze portate allo sfinimento da un fato crudele, dall'irrazionalità della mente umana, dall'ineluttabilità della fine.
La difficoltà immane di fronte a un dolore pressante, struggente, quasi omicida; la forza di un sentimento vincolante come l'amicizia che spinge fin oltre il limite massimo della fiducia e della sofferenza; la vergogna, l'odio nei confronti del proprio essere, del proprio corpo, in seguito ad una violenza; l'infinito rancore di un figlio verso un amore incondizionato e quasi infantile che ha brutalmente annientato anche l'ultimo barlume di felicità all'orizzonte; la cecità nello sguardo di chi non vuol vedere o di chi, privato della luce degli occhi, è costretto nell'ombra a conoscere molto più di ciò che colpisce la vista; il terribile scempio di un corpo innocente per mano della viltà umana narrato dagli occhi limpidi e ingenui di un bambino di otto anni; l'intramontabile saggezza di un tenero animale che guida il suo padrone a una rinnovata consapevolezza; il disperato coraggio di un essere umano faccia a faccia con la vera natura del male.
Questo e molto altro ancora è "Non farmi male" di Matteo Grimaldi.
Attraverso l'abile utilizzo della parola, la spiccata capacità descrittiva e la notevole attitudine creativa mista a un pizzico di empatia, questo giovane autore ha saputo mutare in concreto ciò che è nato astratto.
"Non farmi male" è il grido di dolore di una innocenza agonizzante, è la voce di coloro che non possono più urlare, è una richiesta di aiuto, è la lama affilata nel costato che sanguina, è la realtà vista dagli occhi di chi la realtà non vuole più vederla, è pena, è sofferenza, è spasimo, è il canto del cigno di anime che pur non avendo più nulla per cui vivere non si rassegnano a cedere.
"Non farmi male" è coraggio, "Non farmi male" è consapevolezza, "Non farmi male" è il doloroso "non sapere", è vendetta, è "il nero che si fa grigio", è "amore che fa piangere"... perchè più forte della paura della morte è solo il terrore di perdere gli affetti che ci danno il coraggio di vivere.
"Ci voleva davvero poco per trovare il mondo non proprio nero, ma almeno grigioscuro. procedere artificiale, costante, far finta di non vedere e nascondersi.
Gli occhi di fabio lo sanno, e scelgono di subire."
Gea Gulizia
P.S. Grazie a Matteo a nome di tutte le voci spezzate che tramite lui hanno ritrovato la forza di urlare, e grazie a nome di chi, come me, ha visto con i suoi occhi uno stralcio di realtà che la maggior parte della gente finge di non vedere...
P.P.S. per chiunque volesse vedere in volto questo giovane autore, linko la presentazione del libro svoltasi a Roma qualche tempo fa...
http://it.youtube.com/watch?v=xrB_6QNo8gk
P.P.P.S. La mia recensione è stata (grazie a Matteo) pubblicata dalla redazione di Sololibri a questo indirizzo...
Vivere è una fregatura. Poi muori... Avercela, questa fortuna!
(Stephenie Meyer)